Brutto tackle

Da Genova al sogno Ibrahimović: disfatte e misfatti del calcio italiano

Posted in Colpi di testa by ernestobattaglia on 25 agosto 2010

Qualche volta, non sempre, a vincere è la squadra più forte. E nel doppio confronto tra i tedeschi del Werder Brema e la Sampdoria, valido per l’ultimo turno della fase preliminare della UEFA Champions League 2010/2011, hanno vinto i migliori.

All’andata non c’era stata partita. La Sampdoria a Brema aveva giocato male e aveva rimediato una sacrosanta e meritata sconfitta per 3 a 1. I tedeschi avevano mostrato tutta la loro, a tratti persino schiacciante, superiorità e tutto lasciava immaginare la gara di ritorno sarebbe stata solo una formalità. Alla resa dei conti, non è andata esattamente così. Il Werder ha dovuto soffrire per strappare la qualificazione, ma la Sampdoria nei centoventi minuti di gioco ha mostrato tutti i suoi limiti strutturali e caratteriali.

Bisogna comunque dare merito ai blucerchiati di averci provato. L’allenatore, Domenico Di Carlo detto Mimmo, ex mediano del Vicenza europeo di Guidolin e reduce da due buone stagioni sulla panchina del Chievo, ieri sera aveva – almeno inizialmente – bene interpretato la gara. Decideva così di rimescolare le carte e di apportare qualche giusto cambiamento alla formazione che era scesa in campo a Brema, schierando finalmente due esterni di difesa con licenza di offendere, Ziegler e Stankevicius, che, dopo Brema, ieri si è ripetuto nel mandare a rete Pazzini. Soprattutto, Mimmo Di Carlo metteva da parte i sistemi di gioco di Del Neri, che pure avevano pagato lo scorso campionato se è vero che la Sampdoria ieri si giocava l’accesso alla fase finale della Champions League. Ma che evidentemente gli devono essere poco congeniali. Così, piuttosto che schierare i soliti quattro di centrocampo in linea, Di Carlo ha optato per un centrocampo a “rombo”, come quello del “suo” Chievo – Palombo vertice basso, Semioli e Dessena interni e l’ottimo Guberti a fare il Pinzi della situazione – e i fatti gli hanno dato immediatamente ragione.

Dopo quindici minuti di gioco, i blucerchiati erano già sopra di due reti. Entrambe messe a segno da un ispiratissimo Pazzini – spettacolare la seconda, quando il numero 10 dei blucerchiati calciava al volo di destro su assist dalla destra del lituano Stankevicius. Guberti, il migliore dei suoi, giocava una grande partita, mettendo in difficoltà il mediano e tradizionalmente cervello dei tedeschi, il trentatreenne ex Bayern Torsten Frings, che, annichiliti, apparivano in pratica per tutti e novanta i minuti di gioco incapaci di creare gioco. Nel frattempo, lo stesso Guberti veniva sostituito – non senza qualche polemica dello stesso giocatore – da Tissone e Cassano, fino a quel momento abbastanza sottotono e assente dal gioco, metteva a segno la terza rete per la compagine genovese e chiudeva virtualmente i giochi.

Poi sono emersi tutti i limiti di Di Carlo, già reo della sostituzione di Guberti che pure non sembrava in debito di ossigeno, della Sampdoria tutta e di Antonio Cassano, che, pochi minuti dopo aver messo a segno il terzo goal della Sampdoria – di tacco e con la complicità del portiere tedesco Wiese – si accasciava a terra dopo uno scontro con un giocatore del Werder. Per la verità l’infortunio appariva di lieve entità e non tale da costringere alla sostituzione del giocatore, che comunque si fermava a bordo campo un paio di minuti prima e chiedeva di rientrare, giusto in tempo per essere sostituito da Nicola Pozzi e beccarsi la standing-ovation di Marassi. Sono stati, questi, cinque minuti di follia: la Sampdoria ha creduto di avere la vittoria in tasca, è crollata mentalmente ed ha praticamente smesso di giocare. Ne ha approfittato il Werder, nel frattempo infarcito di attaccanti – contemporaneamente in campo Pizarro, lo svedese Rosenberg, l’ex Inter Arnautović e, soprattutto, lo straordinario Marko Marin – e capace di andare a segno nel recupero con un tiro da fuori per la verità nemmeno troppo irresistibile di Rosenberg. 3 a 1, come all’andata, e tutti ai supplementari.

Nei trenta minuti di gioco supplementari si è praticamente vista in campo una sola squadra. Il Werder. Ha brillato la stella di Marko Marin, classe 1989 nato a Bosanska Gradiška in Bosnia-Erzegovina e, a dispetto della giovanissima età, già Nazionale tedesco agli ultimi Mondiali: il piccolo (è alto meno di un metro e settanta) esterno offensivo del Werder ha letteralmente mandato in crisi la difesa della Sampdoria, ha colpito un palo e una traversa e messo nel mezzo un bel po’ di palloni che – chissà – ci fosse stato il lungagnone portoghese Hugo Almeida a raccoglierli nel mezzo, la gara probabilmente si sarebbe chiusa molto prima. Molto prima del centesimo minuto e della rete del solito Claudio Pizarro, massimo realizzatore straniero di sempre nella storia della Bundesliga e sempre ispirato quando si tratta di metterla dentro contro le squadre italiane, che di fatto ha messo fine alla partita.

Marko Marin sembra avere tutte le carte in regola per non fare rimpiangere l’ex Werder Mesut Özil – nel frattempo passato al Real di Mourinho – ed è soprattutto l’ennesima conferma del momento positivo attraversato del calcio tedesco, che continua a sfornare giovani talenti e la cui qualità complessiva delle squadre tutte appare in crescendo. Non ha brillato Antonio Cassano, che nei fatti a ventotto anni compiuti ha confermato di non saper fare la differenza a grandi livelli e dato di fatto ragione a quella vecchia volpe di Zdeněk Zeman (a proposito, bentornato: il suo Foggia domenica ha vinto tre a zero in trasferta a Cava de’ Tirreni), che in una recente intervista ha stroncato l’ex giocatore di Real Madrid e Roma definendolo – alla pari di Alessandro Del Piero – “non decisivo”. E’ stata questa, alla pari dell’eliminazione della Sampdoria, l’ennesima brutta notizia per il calcio italiano, dato che Prandelli e tutti i tifosi affidano proprio all’estro del fantasista barese – e di Mario Balotelli, nel frattempo trasferitosi oltremanica alla corte di Roberto Mancini – il destino della Nazionale. Ma è stata anche la conferma che tutto sommato, se la Germania dovesse superare l’Italia nell’oramai famigerato Ranking UEFA, ci sarebbe troppo poco di cui meravigliarsi dato che in questo momento – finale ultima di Champions League a parte – il calcio tedesco appare superiore a quello italiano in tutto e per tutto.

A proposito. Mentre scrivo, Adriano Galliani è a pranzo con il presidente del Barcellona Alexandre “Sandro” Rosell. Finalità ultima di questa tradizionale operazione gastronomica – è risaputo che il Milan, ogni volta che tratta un giocatore, è solito organizzare eventi gastronomici di forte rilevanza mediatica – è riportare Zlatan Ibrahimović in Italia.

Lo scorso anno il Barcellona per strappare il fuoriclasse svedese all’Inter pagò all’incirca una cinquantina di milioni di euro, più il cartellino dell’attaccante camerunense Samuel Eto’o. Ibrahimović guadagna a Barcellona 12 milioni di euro netti all’anno. Lo scorso anno ha disputato una buona stagione: il Barcellona ha vinto quattro trofei (Campionato, Supercoppa di Spagna, Supercoppa Europea e Mondiale per Club), lui ha realizzato 21 reti complessive tra campionato e coppe. Ma, nonostante ciò, non è entrato nel cuore dei tifosi blaugrana e nelle grazie di Guardiola.

E’ vero che negli ultimi due anni il Milan certe cifre non le ha spese, ma non sarei troppo scettico circa la fattibilità di questa operazione. In via generale, quando tutte le parti sono d’accordo, l’affare si fa sempre: al di là delle smentite il giocatore è sul mercato e, se Ibrahimović davvero desidera di già abbandonare il “calcio del 2015” per tornare a quello del medioevo, allora nulla potrebbe impedire la buona riuscita dell’operazione.

Ovviamente Berlusconi, nel cambiare Fini con Ibrahimović, ci andrebbe di certo a guadagnare. In caso di elezioni anticipate – ma anche no – sarebbe un colpaccio. Ma dubito in ogni caso basterà per risollevare le sorti del malandato calcio italiano. Non servirà per risollevare le sorti di questo paese.

Ernesto Battaglia

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