Brutto tackle

Kebab for breakfast

Posted in Colpi di testa by ernestobattaglia on 28 giugno 2010

Al di là di quali squadre arriveranno fino in fondo a questa competizione, è indubbio che la qualità complessiva dell’organizzazione tattica, e dunque delle capacità dei selezionatori impegnati al Mondiale, è nettamente superiore a quella vista quattro anni fa in Germania. Il Mondiale del 2006 è destinato a passare alla storia per il tanto discusso “colpo di testa” di Zinédine Zidane, unico autentico fuoriclasse visto in quella edizione della competizione iridata, nella finale di Berlino, triste epilogo della sua carriera e preludio alla sconfitta dei Blues contro la Nazionale italiana di Marcello Lippi. La qualità complessiva del gioco delle squadre partecipanti era stata relativamente bassa, né i vari selezionatori avevano brillato per intuizioni e intelligenza tattica. Unica eccezione era stata l’Argentina di José Pekerman, squadra che aveva mostrato una discreta organizzazione di gioco e tuttavia incapace di andare oltre i quarti di finale, dove fu eliminata ai calci di rigore dalla Germania in una delle partite più accese della competizione.

Eupalla, “la dea che presiede alle vicende del calcio, ma, soprattutto, del bel gioco”, tuttavia, ha voluto concedere agli argentini una occasione di rivincita e anche questa volta ha messo di fronte nei quarti di finale la Albiceleste e la Germania di Joachim Löw, le due squadre che – assieme all’Uruguay di Oscar Washington Tabárez, di Diego Forlán e dello straordinario e carismatico leader difensivo Diego Lugano, che sembra essere tornata ai fasti del passato e pare finalmente avviata a piazzarsi almeno tra le prime quattro – hanno finora giocato il miglior calcio visto in Sudafrica.

La vittoria dell’Argentina di Maradona, ieri sera, contro il Messico di Javier Aguirre, al di là del vistoso errore arbitrale dell’italiano Roberto Rosetti e dei suoi collaboratori – a proposito, l’errore umano fa sicuramente parte del gioco, ma il teatrino che ne è seguito è stato sicuramente l’ennesima indegna rappresentazione del calcio italiano in questa competizione… – ha dato una ulteriore prova di forza e di carattere. Poco ha potuto, contro la solidità dell’Argentina, Aguirre, cui si può solo rimproverare il mancato utilizzo dal primo minuto della talentuosa ala offensiva dei Pumas di Città del Messico Pablo Barrera, cui è stato invece preferito lo spento centravanti Bautista. I messicani hanno giocato un buon calcio, a tratti spettacolare; è messicana anche una delle rivelazioni del Mondiale, quel Javier Hernández classe 1988 e già acquistato dal Manchester United prima dell’inizio del torneo. Ma l’Argentina si è dimostrata una squadra troppo solida per i messicani. Gonzalo Higuaín, capocannoniere del torneo, ha fatto il definitivo salto di qualità, i vari Mascherano e Heinze giocano da veri trascinatori e la seconda rete di Tévez, quella che di fatto ha messo fine alle “ostilità”, è la dimostrazione concreta che a questa squadra sicuramente non mancano i fuoriclasse. L’arbitraggio di Rosetti e l’errore di Osorio hanno fatto il resto.

Ora, nei quarti di finale, Maradona può vendicare la sconfitta di quattro anni fa e, perché no?, quella della finale di Roma nel 1990. Non sarà facile. I tedeschi negli ottavi di finale hanno strapazzato senza troppa fatica la quotata Inghilterra di Fabio Capello, confermatosi, dopo le prime deludenti uscite della Nazionale inglese nel primo turno, una autentica mummia del calcio mondiale e allenatore capace di pensare solo in piccolo, dunque inadatto a imporre il proprio gioco e la sua mentalità a livello internazionale. Nei fatti, l’allenatore friulano in campo internazionale non ne fa una buona dalla notte di Atene del 18 maggio 1994, quando il suo Milan stracciò senza troppi complimenti il Dream Team di Johann Cruijff. Da allora in Europa ha raccolto solo insuccessi: dalla sconfitta in finale l’anno dopo contro l’Ajax di van Gaal fino alle fallimentari esperienze sulla panchina della Juventus, il cui cammino si è interrotto tutte e due le volte ai quarti, dando evidenti manifestazioni di impotenza nei doppi confronti contro Liverpool e Arsenal (zero reti segnati in entrambe le occasioni). Come se non bastasse, Fabio Capello non vince nulla da quasi dieci anni. Il suo ultimo “titulo” risale al lontano 2001, quando sulla panchina della Roma vinceva la Supercoppa Italiana battendo tre a zero la Fiorentina.

Non stupisce allora l’incapacità di dare un gioco a una Nazionale, quella inglese, comunque tradizionalmente fallimentare nei momenti che contano. In quella che è stata la peggiore sconfitta dell’Inghilterra in un Mondiale, Fabio Capello non ne ha indovinata una. Fedele alla sua idea di calcio e piuttosto che cercare soluzioni tattiche più congeniali ai giocatori che aveva a disposizione, si è ostinato a schierare la squadra con il 442 in linea, il suo marchio di fabbrica, e a isolare dal gioco il suo miglior giocatore, Steven Gerrard, tristemente schierato come esterno sinistro di centrocampo. Quando è andato sotto, piuttosto che inserire una terza punta, non ha cambiato nulla e, dopo aver beccato altre due reti in contropiede, ha compiuto l’inguardabile quanto inutile sostituzione di Defoe con il monolitico Emile Heskey.

Quello dell’Inghilterra è stato il vero grande “flop” di questo Mondiale e ora appare in bilico il destino dello strapagato (pare otto milioni di euro netti all’anno) Fabio Capello, dato che qualcuno nella Federazione inglese comincia a pensare che forse, dato che tutto sommato il calcio lo hanno inventato loro e che gli allenatori inglesi in generale non sono poi troppo sprovveduti e inesperti, non c’è bisogno di andare a cercare all’estero allenatori farfalloni (Eriksson) o prossimi alla pensione per guidare una Nazionale cui, più che qualità, è storicamente venuta a mancare la giusta cattiveria, mentalità e concentrazione per arrivare fino in fondo nei momenti che contano.

Cattiveria, mentalità e concentrazione, soprattutto entusiasmo. Tutte caratteristiche che fino a questo momento non sono mancate alla Germania di Joachim Löw, uno degli allenatori che a livello di squadre nazionali meglio di tutti ha fatto negli ultimi dieci anni – d’altra parte basta vedere i risultati ottenuti dalla Nazionale tedesca agli ultimi Europei e al Mondiale del 2006, quando Löw, allora secondo di Klinsmann, era di fatto il vero cervello pensante sulla panchina dei tedeschi – e carismatica guida di una squadra, costruita sull’ossatura e in parte sull’organizzazione di gioco del Bayern Monaco di van Gaal campione di Germania e finalista di Champions League, giovane e ben messa in campo, capace di schierare contemporaneamente quattro giocatori offensivi (quali l’implacabile Miroslav Klose, Podolski, Mesut Özil e il giovanissimo classe 1989 Thomas Müller), ma disponibili a sacrificarsi in fase difensiva quando occorre.

Insomma, questa Germania è una squadra moderna, dove l’organizzazione del gioco e la disponibilità al sacrificio dei singoli contano più dei numeri, una squadra nazionale, quella tedesca, dove giocano undici calciatori – siano questi figli di immigrati o “naturalizzati” (niente a che vedere con le “naturalizzazioni forzate” di Amauri e Camoranesi) – di origini e provenienza non esattamente teutonica: un brasiliano, un nigeriano, tre polacchi, un ghanese, un bosniaco, un “ispanico”, un tunisino e due turchi. Sembrerebbe quasi il prologo di una barzelletta, ma invece è una meravigliosa realtà, forse troppo lontana e impensabile per un paese come quello italiano, dove detta legge un Governo che fa ministri carneadi dal presente poco chiaro e che opera sotto la mannaia e le direttive di un partito razzista e xenofobo.

Altro che balle, crauti e nazionalsocialismo, oggi il piatto nazionale tedesco è il kebab. A Fabio Capello deve essere indigesto.

Ernesto Battaglia

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2 Risposte

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  1. Anonimo said, on 28 giugno 2010 at 4:21 pm

    PORCO DIO…

  2. ernestobattaglia said, on 29 giugno 2010 at 4:42 pm

    Sì. Va bene. Teoricamente avrebbe vinto anche la Liga 2006/2007. Ma questa, come quella 2007/2008 del resto, non la ha vinta il Real Madrid, ma la ha persa il Barcellona.


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