Brutto tackle

Il buono, il brutto, il cattivo

Posted in Colpi di testa by ernestobattaglia on 26 giugno 2010

Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: io sono il cattivo. Qualunque fosse stato l’esito della spedizione italiana in Sudafrica, il mio giudizio su Marcello Lippi sarebbe stato negativo. E’ sopravvalutato, l’allenatore viareggino, unico nella storia del calcio capace di perdere tre (dico 3) finali di Champions League e allo stesso tempo incapace di superare gli svedesi dell’Helsingborg dopo aver condotto campagne acquisti dispendiose, faraoniche e allo stesso tempo caotiche come solo accade nei sogni più sfrenati di Florentino Pérez. Di più, lo considero degno rappresentante e tra i principali colpevoli della decadenza e dello squallore cui oggi è costretto il calcio italiano.

E’ troppo facile oggi, all’indomani dei pareggi contro Paraguay e Nuova Zelanda, della sconfitta contro la Slovacchia e della conseguente eliminazione della Nazionale al primo turno, sparare contro Marcello Lippi e la sua squadra. E’ stata una disfatta di proporzioni storiche e, se possibile, più brutta di quella epocale a Middlesbrough contro Pak Doo-Ik e gli altri “ridolini” della Corea del Nord. Era un’altra epoca e la sconfitta è parzialmente giustificata dall’incognita che poteva costituire ogni avversario, persino il più esotico: allora non esistevano parabole e televisioni satellitari, la conseguente “masturbazione” del tele-tifoso medio. Nel 1966 Pak Doo-Ik, grazie a mitologiche e frammentarie fonti e informazioni, passò alla storia come “il dentista”, senza nemmeno avere mai esercitato la professione, oggi invece telecronisti troppo fonati conoscono tutto dei giocatori e ci ricordano che Jong Tae-Se, classe 1984 e volenteroso centravanti della Nazionale nordcoreana, gioca da anni e con discreto profitto in Giappone nelle fila dei Kawasaki Frontale e che è soprannominato dai suoi tifosi il “Rooney del popolo”.

D’altra parte sono cambiati i tempi. Certo, ipotizzare una simile disfatta era veramente difficile, ma mai come questa volta la Nazionale italiana sembrava destinata a fallire. Sono cambiati i tempi perché nel 1994 Arrigo Sacchi andava negli States lasciando a casa, tra gli altri, due autentici fuoriclasse come Gianluca Vialli e Roberto Mancini e si ostinava a fare giocare uno tra i migliori cannonieri della storia del calcio italiano come esterno sinistro di centrocampo, affidandosi in pratica alle sole giocate di Roberto Baggio, negli anni successivi sempre accantonato, escluso e messo da parte da tutti i successori del tecnico di Fusignano. Ci sono sempre state esclusioni più o meno eccellenti e quasi sempre si poteva forse fare qualcosa di più per evitare l’eliminazione. Questa volta no. I motivi della disfatta sudafricana sono troppo radicati nelle strutture del calcio italiano e arrivano da lontano. Marcello Lippi, che pure non ha mai brillato per intuito e grande intelligenza nello scegliere i giocatori, ha lasciato a casa Cassano e Balotelli, Ambrosini e Borriello, Aquilani e Amelia, Totti e Del Piero, si è attaccato a quelli che la stampa nostrana fino a ieri definiva gli “eroi di Berlino” ed è stato accusato di non aver rinnovato la squadra – questa ultima, critica ingiustificata: in Sudafrica c’erano quattordici giocatori “nuovi” rispetto al 2006. Ma, se appaiono comunque inconsistenti le critiche per la mancata convocazione di giocatori mediocri (Borriello e Amelia) e bolliti (Del Piero e Grosso), allo stesso modo bisogna riconoscere che una squadra capace di prendere tre reti dalla Slovacchia avrebbe fallito anche con la presenza dei vari Totti e Nesta, che si sono di fatto autoesclusi, di Ambrosini (una sorta di Panucci-bis in pratica), e di Cassano e Balotelli, due giocatori di grande qualità e sicuramente migliori degli attaccanti convocati, ma esclusi perché accusati di non saper “fare gruppo” e, se vogliamo, addirittura colpevoli di avere giustificato con alcuni comportamenti nel corso della stagione  lo scetticismo e l’ostracismo dell’ex commissario tecnico.

Sappiamo bene come sono andate le cose. I “vecchi” hanno confermato tutto quanto di male ci hanno fatto vedere nelle ultime due o tre stagioni e i nuovi si sono praticamente rivelati inadeguati alla situazione. Come se non bastasse, Marcello Lippi ha commesso degli errori tecnici, tattici e di valutazione evidenti. Incamminatosi sulle orme di Roberto Donadoni, ma al contrario di questi incapace poi di tornare sui suoi passi e rimediare agli errori, ha ostinatamente schierato la squadra con un inconsistente tridente d’attacco e insistito su alcuni giocatori, Di Natale e Montolivo, che evidentemente a livello internazionale valgono meno di Róbert Vittek da Bratislava. Era impossibile dare qualità a questa squadra e, piuttosto che giocare di fioretto, sarebbe stato bene andare giù di sciabola e insistere con giocatori di corsa e di sostanza (quali potevano essere i vari Palombo, Pepe, Maggio, Quagliarella e sarebbe tornato utile persino Gattuso, se solo oggi non fosse praticamente la brutta copia di sé stesso – e ce ne vuole…), come avrebbe fatto una qualunque onesta cenerentola del calcio mondiale.

Questo fallimento arriva da lontano. E’ figlio di una crisi che ha colpito il calcio italiano da almeno quindici anni e di alcuni equivoci tutti italiani, vedasi la santificazione di Marcello Lippi, personaggio in prima persona implicato nelle tristi vicende di Calciopoli, e la continua e crescente riabilitazione di Luciano Moggi, uno che con il gioco del calcio non ha niente a che fare e che secondo la gente invece “ne capisce”, ma anche internazionali: quattro anni fa la Nazionale italiana, che nemmeno doveva disputare i Campionati mondiali di calcio, ne usciva invece,  grazie alla qualità tutto sommato mediocre delle sue avversarie (Francia esclusa, nonostante Domenech e sebbene quella squadra fosse praticamente la stessa che aveva vinto il Mondiale otto anni prima…), vincitrice; il Milan di Berlusconi – a proposito di squallore e di decadenza – e di Adriano Galliani, non a caso un altro dei principali protagonisti del crollo del sistema-calcio italiano, non avrebbe dovuto disputare la Champions League 2006/07, che poi pure è andata a vincere battendo in finale il Liverpool di Rafa Benitez. Volendo adoperare il titolo di uno dei film di Sergio Leone, “Il buono, il brutto, il cattivo”, che più hanno reso celebre una grande stagione del cinema italiano oramai anch’essa tramontata, quella degli “Spaghetti Western”, possiamo solo dire che Marcello Lippi, che pure somiglierà forse a Paul Newman (mica tanto comunque), è sicuramente il brutto. E’ brutto come il gioco della sua Nazionale, e come il calcio italiano, divenuto negli ultimi anni sempre peggiore e oramai superato e surclassato dalla complessiva migliore qualità della Premiership, della Liga, della Bundesliga. E’ brutto questo calcio come questo paese, questa Repubblica delle vuvuzelas fatta di tifosi troppo stupidi e troppo arrapati da violenza da stadio e stupide notizie di calciomercato, dove tutto sommato Marcello Lippi ha dimostrato di saperci stare benissimo.

Comunque sia, ora tocca a Cesare Prandelli. L’ex allenatore della Fiorentina non è un grande allenatore, è anzi sicuramente discutibile il suo pluriennale operato sulla panchina della squadra di Firenze, ma appare a tutti come una brava persona, disponibile, intelligente, cortese e, adoperando una terminologia tanto cara a un famoso ragioniere che poi incarna alla perfezione tutti i difetti dell’uomo medio italiano e occidentale dei nostri tempi, “umana”. Cesare Prandelli piace proprio a tutti e, poiché è originario di Orzinuovi, provincia di Brescia, da giocatore ha militato nella Juventus e ha un forte legame con l’Atalanta e la città di Bergamo tutta, magari piacerà persino a Umberto Bossi e ai suoi simpatici amici.

Insomma, pare proprio che Cesare Prandelli sia il buono. Peccato non sappia sparare.

Ernesto Battaglia

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2 Risposte

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  1. Ape Magà said, on 26 giugno 2010 at 11:55 pm

    Meritava di essere menzionato anche il nostro caro Capitan Siringa

  2. ernestobattaglia said, on 26 giugno 2010 at 11:58 pm

    Capitan Lasonil, vorrai dire.


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